Alcune riflessioni su #Brexit

Mercoledì 29 giugno ci siamo incontrati in sede per riflettere assieme sull’uscita dell’UK dall’UE e per capire insieme cosa comporta questa manovra.

Ci ha colpito un video diffuso da The Guardian che già abbiamo pubblicato, ma dalle informazioni diffuse nei giorni successivi al voto abbiamo saputo che in realtà ha votato solo il 36% dei giovani britannici… il clima di indifferenza nei confronti della politica è diffuso non solo in Italia, anche in UK i giovani hanno scelto di non scegliere e di lasciare in mano il loro futuro ad altri.

Sicuramente la decisone degli elettori britannici ha un impatto politico importante su tutto il vecchio continente, perché per la prima volta gli elettori di un Paese membro si sono schierati apertamente contro le istituzioni europee e questo potrebbe aumentare la forza dei movimenti “euroscettici” in altri stati del continente.

Le informazioni che circolano in Italia

In generale, la comunicazione e l’informazione generale diffusa in Italia si può riassumere con questo video:

Possibile che gli elettori britannici abbiano votato per la maggior parte di pancia? 

Partendo da questa domanda abbiamo cercato altre risposte, ma nel web l’informazione sembra vada solo in una direzione. Per comprendere meglio la scelta dei britannici, ci siamo fatti aiutare da Davide Peghin, che ci ha portato alcuni spunti sul versante economico.

Qualche dato sul versante economico

Come sicuramente saprete la Gran Bretagna faceva parte dell’UE ma non ha mai aderito all’Euro, ha una sua valuta (la Sterlina) e una Banca Centrale che decide sulla sua politica monetaria.
Come incideva dal punto di vista economico l’appartenenza dello UK alla UE? Aderendo all’Unione Europea è come se la Gran Bretagna avesse sottoscritto degli accordi di libero scambio con tutti gli altri Stati membri e, inoltre, con tutti i Paesi che hanno ratificato accordi commerciali con la UE. Il 63% dell’export dello UK andava verso gli Stati UE o verso Paesi che hanno accordi commerciali con l’Unione, con la Brexit questi accordi di libero scambio si rompono e sarà necessario rinegoziarne di nuovi.
Dato l’elevato flusso commerciale perché lo UK dovrebbe avere interesse a rivedere i patti? Una prima risposta può essere data da questo grafico:

exportUK copia

La linea gialla rappresenta le importazioni dello UK dalla UE mentre la blu le esportazioni verso l’Unione, la linea grigia, invece, ci mostra che la Gran Bretagna è strutturalmente in deficit commerciale nei confronti degli altri stati UE e questo deficit è superiore al 5% del suo PIL, quindi, questi accordi di libero scambio ad un primo sguardo non sembrano essere così convenienti per lo UK.
Questo dato si aggiunge ad un altro molto più preoccupante:

saldoUK copia

Il saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti è affossato negli ultimi 4 anni e l’anno scorso ha pesato negativamente per circa 7 punti percentuali sul PIL. La causa è da identificare (oltre che nello strutturale deficit sull’export di beni e servizi) soprattutto nel peggioramento del saldo redditi che è sprofondato pesantemente nell’ultimo quadriennio, questo vuol dire che i profitti dei non residenti fatti in territorio UK sono maggiori rispetto a quelli fatti da residenti UK all’estero. Il deterioramento del saldo redditi è stato causato dai fortissimi investimenti diretti esteri che sono affluiti in Gran Bretagna negli scorsi anni, investimenti che erano necessari per finanziare lo squilibrio nel saldo export ma, alla lunga, hanno portato a posizioni di deficit come quella che possiamo vedere dal grafico qui sopra.

I favorevoli alla Brexit sostengono che fuori dall’Unione il governo UK sarà in grado di ratificare accordi migliori rispetto agli attuali, soprattutto nei confronti dei Paesi extra-UE. Senza gli impicci legati alla burocrazia di Bruxelles il Regno Unito potrebbe diventare più dinamico sul fronte del commercio internazionale, inoltre, non sarà più obbligato a versare la sua quota di finanziamento all’Unione e quindi avrà un immediato beneficio per quanto riguarda i conti pubblici.
Chi era favorevole al Bremain (Britain Remain), oltre a vedere tutti i problemi legati al commercio internazionale, sostiene che ci sarebbe uno stop al flusso di capitali esteri e lo UK dovrebbe remunerare maggiormente i capitali necessari a ripianare il deficit nelle partite correnti (che nella loro visione non si risolve con la Brexit), questo genererà forte inflazione (anche a causa della svalutazione della Sterlina post uscita dalla UE) e stagnazione economica.

Il caso della Cornovaglia, in questo contesto, è esemplare per quel che riguarda i progetti di sviluppo che prevedevano contributi dall’UE. Negli ultimi 10 anni la contea si è sviluppata praticamente grazie ai milioni di sterline ricevuti in aiuti Ue: 60 milioni di £ all’anno (in media). Soldi con cui hanno realizzato infrastrutture, scuole, università, la banda larga nella contea e tanto altro ancora. E ora che il Regno Unito non è più in Europa?

Brexit o Bremain?

I possibili impatti economici di una Brexit sul Regno Unito sono estremamente difficili da quantificare, infatti tutti gli studi usciti negli ultimi mesi danno delle versioni contrastanti tra loro, si va da chi vede una recessione pesante e chi lo vede come un possibile stimolo alla crescita.

Entrambi gli schieramenti avevano motivazioni economiche valide per perorare la propria causa. Il trattato di Lisbona prevede che con uscita unilaterale dall’Unione gli accordi possano restare in vigore per due anni, tuttavia, il Brexit ha già creato il panico, soprattutto sui mercati finanziari.

Qualche altra nostra riflessione

Tra le riflessioni emerse a caldo nel nostro incontro c’è la sensazione che andrebbe fatta più educazione alla partecipazione, attraverso lezioni di educazione civica a scuola o con altre iniziative che possano coinvolgere e attivare l’attenzione su tematiche che riguardano gli interessi di tutti.

In generale c’è poca informazione sul funzionamento e i vantaggi portati dall’UE. Non si tratta solo di vantaggi economici, ma di un sistema di certificazione che assicurano standard e sistemi uniformi in tutti i paesi aderenti. Pensiamo, per esemplificare al massimo, alle spine della corrente… prima dell’UE ogni paese aveva i suoi standard, per non parlare di tutte le specifiche tecniche di cui le aziende dovrebbero tenere conto se volessero vendere all’estero in un’Europa ancora divisa.

La questione è poi politica: l’UE è nata per garantire la pace in tutto il territorio degli Stati membri, ma le voci critiche da anni affermano che siamo sempre stati indietro dal punto di vista dell’aggregazione e dell’integrazione proprio dal punto di vista politico.
L’europa non è solo la moneta unica, l’euro, ma spesso è quello che passa e viene additato come il principale male. Il fatto che sia proprio il Regno Unito ad uscire, che non ha mai adottato l’euro, fa riflettere.
Il problema tutto italiano, poi, è che la nostra struttura legislativa fa molta fatica ad adottare le direttive europee, dovendo incorrere spesso a strumenti di emergenza e subendo delle penali.
Se facessero un referendum ora saremmo anche noi in difficoltà sulla scelta da fare.

Al di là di tutti i ragionamenti fatti, c’è il rispetto della scelta dei cittadini. E a noi non resta che preparare il passaporto per i prossimi viaggi in UK…

 

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