Il mito del Debito Pubblico

Iniziamo ad affrontare un argomento che, ormai da un paio di decenni, è al centro del dibattito economico italiano: il debito pubblico. Che l’Italia abbia un elevato debito pubblico è fuori di dubbio, a fine 2016 era di circa 2.230 miliardi di Euro, pari a quasi il 133% del nostro PIL nominale (per la differenza tra PIL reale e nominale vi rimando qui). Tuttavia, bisogna dire che per l’opinione pubblica questo tema sembra essere diventato un’ossessione (l’Istituto Bruno Leoni ha addirittura ideato il contatore del debito pubblico che stima l’ammontare del debito in tempo reale) tanto che il più delle volte il problema viene affrontato senza la dovuta lucidità e senza comprenderne bene le cause. Prima di iniziare ad analizzare i dati cerchiamo innanzitutto di capire che cos’è il debito pubblico. Si tratta del debito che la Stato contrae per coprire il suo fabbisogno di spesa. In sostanza, se le spese sostenute dai soggetti pubblici sono superiori alle loro entrate ecco che lo Stato dovrà necessariamente fare dei debiti per finanziarsi. Lo Stato italiano ogni anno spende più di 800 miliardi di Euro suddivisi in due macro categorie:

  1. Spesa corrente: a sua volta divisa in due parti, la spesa primaria che è quella serve a garantire i servizi pubblici (quindi pensioni, sanità, scuola ecc…) e la spesa per interessi sul debito pubblico.
  2. Spesa in conto capitale: sostanzialmente la spesa per investimenti.

Più del 90% della spesa pubblica italiana è rappresentato dalla spesa corrente. Le entrate dello Stato sono essenzialmente quelle tributarie (tasse,  imposte ecc..) e quelle extra-tributarie derivanti da vendite di beni o utili ottenuti dalle partecipazioni ad aziende statali. Se queste entrate non sono sufficienti per finanziare la spesa pubblica lo Stato può utilizzare altre due fonti per finanziarsi e sono queste che sostanzialmente generano il debito pubblico:

  1. L’emissione di titoli di debito come ad esempio i titoli di stato (BOT, BTP, CTZ ecc…) sul mercato.
  2. La monetizzazione del debito pubblico.

Sul primo punto credo non ci sia molto da aggiungere, tutti abbiamo almeno sentito parlare dei titoli di Stato. Quello che non tutti conoscono è la monetizzazione del debito: in sostanza la banca centrale, su indicazione del Governo, può stampare moneta per finanziare la spesa pubblica.  L’Italia ha fatto abbondante uso di questo strumento negli anni ’70, poi reso impossibile nel 1981 con il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. A differenza dell’emissione di titoli di debito sul mercato (che può essere molto costosa per lo Stato perché deve garantire una remunerazione a questi capitali presi a prestito), la monetizzazione è molto meno costosa perché può essere fatta praticamente a costo zero[1]. Il problema è che, quando l’economia è vicina al pieno impiego, troppo monetizzazione del debito genera molta inflazione e una forte svalutazione della valuta sul mercato internazionale (ritorneremo in un successivo post su questo punto). debitoFatta questa premessa partiamo con la nostra analisi di quando e come si è formato questo debito pubblico. Il problema italiano è che questo debito, da un certo momento in poi, è cominciato a crescere molto di più rispetto alla media degli altri Paesi europei e, soprattutto, molto di più del tasso di crescita della nostra economia. In soli 15 anni è passato dal rappresentare il 54% a oltre il 122% del PIL nominale. Come potete vedere dal grafico qui sotto, dal 1980 al 1994 il rapporto debito/PIL nominale è più che raddoppiato nonostante nello stesso periodo il PIL (che sta al denominatore di questo rapporto) non sia calato, anzi, in termini nominali sia quasi quadruplicato! Dobbiamo cercare di capire cosa è successo in quei 15 anni. È opinione comune, infatti, che la forte accumulazione di debito sia frutto in parte dell’elevata spesa pubblica per mantenere lo stato sociale (pensioni, sanità pubblica, servizi indivisibili ecc…) e in parte degli sprechi perpetrati dalle varie classi politiche del tempo (come ad esempio vitalizi, appalti truccati, opere pubbliche inutili ecc…). Se da un lato questo è vero, alcune scelte su come indirizzare le risorse pubbliche sono state altamente penalizzanti per le generazioni future e legate più ad un consenso di breve che ad un reale sviluppo del Paese, dall’altro il livello della spesa pubblica primaria in quei fatidici 15 anni non è aumentata così tanto da giustificare un debito così alto.  spesaDa questo grafico si può apprezzare come la spesa pubblica dal 1980 al 1994 (gli anni in cui il debito su PIL è cresciuto maggiormente) è aumentata di oltre 15 punti percentuali nei confronti del PIL (da 40,8% al 56,3%), questo aumento è spiegato in buona parte dalla spesa per interessi che passa dal 4,2% del PIL nel 1980 a raggiungere il picco nel 1993 al 13,8% (quasi 10 punti di incremento!). La linea rossa del grafico rappresenta la spesa primaria, come potete vedere dal 1980 al 1995 c’è uno stacco evidente con la linea blu, che rappresenta la spesa pubblica complessiva, e se guardate bene non è neanche stata in aumento, anzi, si è stabilizzata! avanzoInoltre, da metà anni ’80 si era intrapresa la strada del risanamento dei conti pubblici, infatti, lo vediamo dall’andamento del saldo primario (la linea gialla del grafico, che rappresenta la differenza tra spesa primaria e entrate tributarie ed extra-tributarie) che era ampiamente negativo a inizio anni ’70 (mediamente lo Stato spendeva più di quello che incassava per un importo pari al 5% del PIL nominale) poi ha cominciato a risalire fino a diventare positivo ad inizio anni ’90.  Tutto questo sforzo, che è stato possibile con un incremento importante delle entrate tributarie, venne vanificato dall’incremento della spesa per interessi (la linea verde del grafico) che è esplosa e tra il 1992 e il 1993 ha raggiunto quasi il 12% del PIL nominale. Di conseguenza il nostro rapporto deficit/PIL (la linea blu del grafico) ha continuato inesorabilmente ad essere negativo anche quando fossimo passati in avanzo primario. Ricapitolando, nonostante la spesa pubblica primaria fosse rimasta stabile e nonostante il saldo primario fosse migliorato da metà anni ’80 in poi grazie al consolidamento fiscale, la spesa per interessi ha continuato a far crescere in modo esponenziale il nostro debito pubblico. Ma cosa è successo? Perché è aumentata in modo così netta la spesa per interessi? Possiamo identificare due motivazioni: la prima è il famoso divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia (citato prima) e la seconda è stato l’inizio dello SME “credibile” nel 1987. Andiamo ad analizzare le due cause:

  1. Divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia: oggi quando il ministero dell’economia e finanze (il MEF) emette un obbligazione per finanziare il debito pubblico italiano, decide una quantità di titoli da immettere sul mercato e in base alla domanda degli investitori li colloca ad un determinato tasso di interesse. Fino a metà del 1981 la banca di Italia (su indicazione del Governo) poteva intervenire nel mercato primario dei titoli di stato al fine di mantenere bassi i tassi di interesse sui titoli in emissione. In pratica la banca centrale italiana andava a comprare quella parte di titoli che il mercato non voleva acquistare a quel determinato tasso di interesse. Con il famoso divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia la nostra banca centrale diventava completamente indipendente dal potere politico e non poteva più intervenire nelle aste dei Titoli di Stato. Quindi, tutte le quote di titoli che restavano invendute dovevano essere in qualche modo acquistati dal mercato e per far sì che questo accadesse il Tesoro si vide costretto a garantire rendimenti più elevati (quindi a far crescere il costo del debito).  Inoltre, i vari Governi potevano spendere più delle loro entrate utilizzando uno scoperto su un conto presso Banca d’Italia, che poteva arrivare al 14% della spesa pubblica. Questa possibilità faceva, ovviamente, diminuire la necessità di emettere Titoli di Stato. In sostanza il Governo italiano nel 1981 ha deciso che in Italia non sarebbe più stato possibile monetizzare il debito.
  2. Lo SME “credibile”: se osservate attentamente la linea verde del grafico sopra riportato, potete vedere che dopo il primo aumento del costo degli interessi tra l’80 e l’85 c’è una seconda impennata dopo il 1987. Nel 1987 l’Italia entrò nella banda stretta dello SME[2], nel cosiddetto SME “credibile”. Per restare all’interno della banda del +/-2,25% abbiamo dovuto aumentare l’afflusso di capitali dall’estero al fine di mantenere il nostro cambio abbastanza fisso. La dinamica del perché abbiamo dovuto fare ciò è abbastanza facile da capire: l’impossibilità di svalutare come in precedenza ha fatto contrarre la nostre esportazioni, questo ha fatto sì che ci fosse meno domanda di Lire (meno esteri acquistavano lire per comprare i nostri prodotti) di conseguenza il nostro cambio tendeva ad indebolirsi per mancanza di domanda di valuta. Al fine di sostenere la domanda della nostra moneta abbiamo dovuto far affluire capitali esteri tramite la vendita dei nostri titoli di Stato, ovviamente gli investitori esteri per investire nel nostro Paese hanno preteso tassi di interesse più elevati, perché si aspettavano che l’Italia prima o poi potesse uscire dallo SME e svalutare, cosa che è effettivamente successa nel 1992.

Il costo del debito è continuato ad aumentare ancora nel 1993 a causa della difficoltà data dagli attacchi speculativi (c’era un concreto rischio di dichiarare fallimento quindi finanziare lo Stato con obbligazioni costava molto di più). La spesa per interessi è poi diminuita grazie al fatto che avevamo meno bisogno di afflussi di capitali esteri; essendo usciti dallo SME abbiamo potuto svalutare pesantemente la Lira rilanciando le esportazione e, inoltre, non avevamo più il vincolo di un cambio fisso. In seguito l’ingresso nell’area Euro ha fatto convergere i tassi di interesse in quanto, almeno nei primi anni, sembrava aver eliminato in buona parte il rischio Paese, cioè la possibilità di fallimento di uno stato facente parte dell’Unione, e il rischio cambio all’interno dell’Eurozona. Grazie al minor costo per interessi il rapporto debito/PIL dal 1995 al 2007 è diminuito sensibilmente per poi tornare ad aumentare nuovamente con lo scoppio della crisi del 2008, soprattutto a causa delle diminuzioni delle entrate (con la crisi meno gente paga le tasse!) e della diminuzione del denominatore del rapporto, cioè il PIL Nominale. inflazioneL’aumento del costo del debito è stato dato anche dalla parabola discendente del tasso di inflazione, che nel corso degli anni ’80 ha cominciato a calare sensibilmente. La scelta di non poter più monetizzare il debito e l’adesione ad un sistema di cambio semi-rigido come lo SME ha sicuramente aiutato questo processo di contenimento dell’inflazione, ma ha fatto schizzare in alto il tasso di interesse reale sul debito. Cosa vuol dire? Che fino agli anni ’80 l’aumento del costo del debito era compensato dall’inflazione che rendeva meno pesante il costo degli interessi (se il mio reddito aumenta con l’inflazione allora il costo del debito contratto sarà meno impegnativo[3]) . Le barre rosse del grafico rappresentano quanto abbiamo pagato di interessi in percentuale al debito totale, la linea blu è il tasso di inflazione che cala vistosamente da inizio anni ’80. Quando la linea blu è andata sotto le barre rosse, vuol dire che il tasso di interesse reale è diventato positivo. Cosa sarebbe successo se il costo per interessi fosse rimasto intorno al 5%-6% del PIL, cioè sui livelli del 1980? Sicuramente il nostro rapporto debito/PIL sarebbe molto minore perché in pratica il nostro debito nel corso degli ultimi 35 anni si è autoalimentato da solo e non a causa dell’elevata spesa pubblica primaria. Sarebbe tuttavia più corretto affermare che avremmo avuto molte più risorse per poter attuare politiche di investimenti e rilancio dell’economia, necessarie soprattutto in questi anni di forte crisi. Se negli ultimi 8 anni avessimo potuto aumentare maggiormente la spesa pubblica è molto probabile che non ci troveremmo nell’attuale situazione, il nostro PIL sarebbe più elevato (vi ricordo che la spesa pubblica aumenta il PIL come visto qui). Quello che mi preme sottolineare è che per avere una visione più oggettiva in merito al nostro problema di debito pubblico è necessario provare ad uscire dalla visione di “stato ladro” o di “italiani tutti corrotti” e leggere solamente i dati, che ci dicono chiaramente che il nostro problema è dovuto all’incapacità di gestire la transizione verso un’economia più globalizzata, quindi aperta a capitali esteri, accettando passivamente scelte fatte da altri. Con questo non voglio dire che tutta la spesa pubblica sia buona, non sto qui a giustificare sprechi e prebende elargite da politici per garantirsi voti e rielezioni, sicuramente va indirizzata e resa molto più produttiva. Tuttavia, identificare la spesa pubblica corrente come un problema (quindi sanità, scuola ecc..) e come la causa del nostro debito pubblico è fuorviante. Ne consegue che tagliare la spesa pubblica per il risolvere il problema del debito non appare essere una soluzione (come abbiamo cominciato a vedere qui).   [1] La Banca Centrale deve solo stampare moneta, quindi lo Stato non deve per forza garantire un tasso di interesse. [2] Lo SME (Sistema Monetario Europeo) era un accordo di cambi fissi aggiustabili, tra valute europee appartenenti al sistema, nei confronti di una valuta di conto (l’ECU) che era il paniere delle valute appartenenti allo SME pesate per il peso del loro commercio all’interno del sistema. L’Italia entrò nello SME no 1979 con una banda di oscillazione più larga degli altri Paesi (+/-6%). [3] Proviamo a fare un esempio: prendo a prestito 100 da una banca ad un tasso di interesse  fisso del 5%, se il mio reddito aumenta ogni anno del 5% la quota che devo restituire alla banca (che sarà fissa visto che il tasso è fisso!) sarà sempre minore rispetto al mio reddito che aumenta ogni anno! Così se il PIL Nominale aumenta per l’inflazione di più di quanto costa il debito, in realtà il costo reale del debito è negativo.

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