La politica Monetaria in Europa: da Bretton Woods alla Moneta Unica

Prima di continuare nel nostro percorso di analisi della crisi dei Paesi PIIGS tra il 2009 e il 2011, faccio un piccolo excursus storico sul contesto monetario in cui i Paesi europei (e le loro valute) si sono trovati dalla fine della II guerra mondiale fino alla nascita (nel 1999) dell’unione monetaria. L’obiettivo di questo approfondimento è quello di cercare di dare una veloce panoramica sul percorso di politica monetaria intrapreso dai paesi europei lungo la seconda metà del novecento, percorso che ha portato fino alla nascita dell’Euro. Partiamo con il nostro itinerario storico dal 1945, con la ratifica del primo sistema monetario moderno quello di Bretton Woods.

Sul finire della seconda guerra mondiale, per evitare che il mondo ricadesse nuovamente in una situazione di caos monetario simile a quello avvenuto dopo la crisi del 1929[1] , Gran Bretagna e Stati Uniti (le economie più grandi tra quelle che, in quel momento, erano impegnate contro l’Asse) decisero di ragionare insieme sulla creazione di un sistema monetario (e non solo) che avesse come obiettivo sia il rilancio del commercio internazionale sia il controllo sulle fluttuazioni dei tassi di cambio. Per tale ragione nel luglio del 1944, in una località degli Stati Uniti (Bretton Woods, nel New Hampshire), si svolse una conferenza monetaria e finanziaria, a cui parteciparono 44 stati[2], che aveva come obiettivo dichiarato quello di definire le regole che avrebbero dovuto governare i futuri rapporti economici e finanziari internazionali, al fine di impedire che l’economia mondiale ripiombasse nuovamente nelle identiche difficoltà che precedettero la guerra. I risultati della conferenza, dopo ben tre settimane di dibattito, furono i cosiddetti accordi di Bretton Woods, che furono ratificati nel dicembre 1945 da quasi tutti i partecipanti alla conferenza[3].

Come detto in precedenza, l’incontro era stata voluto fortemente di comune accordo da Gran Bretagna e USA, tuttavia, le due nazioni proponevano visioni altamente differenti sulla questione, riconducibili a diversi punti di vista sull’argomento e, soprattutto, ad una divergenza d’interessi. Infatti, se gli Stati Uniti uscirono estremamente rafforzati dal conflitto e nel dopoguerra si ritroveranno ad essere creditori netti nei confronti degli altri stati, il Regno Unito vide il proprio ruolo fortemente ridimensionato e diventò debitore netto. Da un punto di vista più operativo, il tema che generò maggiore attrito fu la difesa da parte della Gran Bretagna della preferenza imperiale, preferenza che gli Stati Uniti volevano eliminare a favore di un sistema aperto e senza discriminazioni. Da questa divergenza nacquero i due piani alla base della conferenza: la Gran Bretagna si presentò con il piano redatto dall’economista inglese J. M. Keynes, mentre gli USA con quello proposta da H. D. White. Alla fine fu trovato un compromesso e fu adottata la struttura del piano White con alcune correzioni provenienti dal piano Keynes[4].

Ma cosa prevedevano nello specifico questi accordi? Abbandonata l’idea di creare una moneta internazionale[5] assegnavano al dollaro statunitense un ruolo centrale nel nuovo sistema. La centralità del dollaro derivava dal fatto che fosse l’unica valuta convertibile in oro in base ad una parità fissa (35 dollari contro un’oncia d’oro). Per gli stati aderenti al sistema di Bretton Woods la convertibilità in oro dei dollari posseduti fu concessa solo tramite le rispettive Banche Centrali. Nel nuovo sistema i rapporti di cambio tra il dollaro e le altre valute, e quindi tutti i tassi di cambio tra le valute partecipanti, sarebbero stati regolati da un regime a cambi fissi, consistente in una parità centrale attorno alla quale sarebbero state consentite oscillazioni limitate (inizialmente le bande di oscillazione erano di +1% e -1% rispetto alla parità, quasi subito però furono innalzate a +1,5% -1,5%) del tasso di cambio. Ad esempio, la parità della lira italiana con il dollaro statunitense fu fissata a 625 lire, con una fascia di oscillazione compresa tra 630 e 620. In caso di necessità il valore della parità centrale poteva essere rivisto (attuando una svalutazione del cambio nel caso in cui la valuta nazionale si voleva perdesse valore rispetto a quelle estere o una rivalutazione nel caso opposto) ma solo con l’accordo degli altri paesi. Erano pertanto vietate le revisioni unilaterali delle parità centrali.

Venne inoltre dato vita a tre istituzioni che, una volta conclusa la guerra, avrebbero dovuto costituire le colonne portanti di un nuovo ordine economico mondiale:

  1. la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo, meglio conosciuta come Banca Mondiale. Inizialmente il suo obiettivo era la ricostruzione dei Paesi che erano stati distrutti dalla guerra. Successivamente, il compito principale si è trasformato nel sostegno allo sviluppo economico dei paesi meno avanzati, tramite prestiti a lungo termine.
  2. il Fondo Monetario Internazionale. Responsabile della stabilità dei tassi di cambio e delle operazioni finanziarie, della sorveglianza sulle politiche economiche, dei finanziamenti a breve termine.
  3. Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio (GATT), firmato nel 1947, divenuto nel 1955 Organizzazione Mondiale per il Commercio. Si occupa di promuovere il libero scambio.

Il sistema di Bretton Woods ha funzionato per circa 25 anni[6] garantendo stabilità nel mercato dei cambi nel periodo storico in cui i paesi “occidentali” hanno conosciuto la loro crescita economica più forte[7]. Il sistema è crollato all’inizio degli anni ’70 quando gli Stati Uniti, impegnati nella guerra del Vietnam, dovettero aumentare la spesa pubblica. Il continuo indebitamento degli USA mise in crisi le riserve d’oro del Paese, in quanto i vari stati membri del sistema si affrettarono a richiedere la conversione dei dollari presenti nelle loro riserve. Il 15 agosto 1971, a Camp David, il presidente statunitense Richard Nixon annunciò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Nel dicembre del 1971 vi fu l’abbandono formale degli accordi di Bretton Woods da parte dei membri del G10 (il gruppo dei dieci paesi formato da Germania, Belgio, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Regno Unito, Svezia). Con lo Smithsonian Agreement il dollaro venne svalutato e si diede il via ad una fluttuazione molto più ampia nel mercato dei cambi, allargando la banda di oscillazione delle valute rispetto al dollaro.

Le istituzioni create a Bretton Woods sopravvissero ma si trovarono a ridefinire priorità e obiettivi. In particolare, il FMI con la caduta di sistema ha visto di fatto cambiare il proprio ruolo di sorveglianza. Venuto meno, con i cambi flessibili e l’abbandono dello standard aureo, la necessità di gestire la liquidità internazionale, l’attenzione del FMI è stata portata sulle politiche macroeconomiche interne perseguite dagli stati membri e sugli elementi strutturali dei loro mercati. Venne data priorità all’obiettivo di finanziamento degli squilibri della bilancia dei pagamenti dei paesi in via di sviluppo trasformando il FMI da prestatore a breve termine a prestatore a lungo termine. Il FMI si trovava quindi investito del compito di effettuare prestiti vincolati al rispetto di specifiche condizioni e a piani di rigorosa stabilizzazione macroeconomica. Una funzione che il FMI mantiene ancora oggi come dimostrano i recenti sviluppi collegati alla crisi dell’Euro che vedono il Fondo prestatore di prima istanza insieme all’Ue, con i recenti piani di salvataggio di Grecia, Irlanda e Portogallo.

Il crollo di Bretton Woods mise in difficoltà il mercato comune che era stato creato tra alcuni paesi del continente europeo, la così detta CEE[8]. Infatti, le grosse disparità nei tassi di cambio delle valute non si conciliava con quanto era stato deciso pochi anni prima: avviare un processo di Unione Economica e Monetaria europea cominciando a ridurre i margini di oscillazioni fra le monete per favorire gli scambi intracomunitari. Da queste situazioni ingarbugliata nacque il primo tentativo di uniformare i tassi di cambio dei soli Paesi intraeuropei e venne creato il Serpente Monetario Europeo.

Nel prossimo articolo vedremo proprio la nascita del di questo accordo monetario tutto europeo, che fu il preludio alla nascita del Sistema Monetario Europeo (SME) che è da considerare, a tutti gli effetti, il “padre” dell’Euro!

 

[1] All’epoca, infatti, molti Paesi avevano scelto di svalutare la propria moneta per incentivare le esportazioni; ma nonostante questo le entrate nazionali e la domanda interna erano però diminuite a causa del tracollo finanziario che si trasformò in tracollo economico. Conseguenze immediate furono un aumento della disoccupazione e la riduzione degli scambi monetari fra i Paesi.

[2] I 44 paesi che parteciparono alla conferenza di Bretton Woods (dal 1 al 22 luglio 1944) erano le nazioni alleate contro l’Asse. Più in particolare: Australia, Belgio, Bolivia, Brasile, Canada, Cecoslovacchia, Cile, Cina, Colombia, Costa Rica, Cuba, Danimarca, Egitto, Salvador, Equador, Etiopia, Filippine, Francia, Grecia, Guatemala, Haiti, Honduras, India, Iran, Iraq, Islanda, Jugoslavia, Liberia, Lussemburgo, Messico, Nicaragua, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Panama, Paraguay, Perù, Polonia, Regno Unito, Repubblica Dominicana, Sud Africa, USA, URSS, Uruguay, Venezuela. L’Italia non prese parte alla conferenza in quanto fu considerata in parte alleata dell’Asse nonostante l’armistizio del 8 settembre 1943.

[3] Gli accordi furono firmati da tutti i 44 paesi partecipanti alla conferenza, però, alcuni di questi non li ratificarono mai, su tutti l’URSS e i paesi appartenenti al blocco sovietico. Altri paesi che non parteciparono alla conferenza (come Italia e Germania) ratificarono gli accordi pochi anni dopo la fine della II seconda guerra mondiale.

[4] Seppur, in prima battuta, questa soluzione appaia una sconfitta per Keynes, da un’analisi più attenta questo non è affatto vero. Infatti, nonostante sia prevalsa la volontà statunitense, il quadro di riferimento è di stampo Keynesiano, ciò è spiegabile specificando che lo stesso White era keynesiano. Pertanto, si può affermare che la politica economica dalla fine della II guerra mondiale fino agli anni ’70, sia figlia delle teorie dell’economista inglese.

[5] Inizialmente sembrava che l’idea fondante del piano Keynes, la creazione di una nuova moneta unica mondiale denominata Bancor, potesse essere alla base del compromesso tra i due piani, in realtà non fu così.

[6] In realtà l’effettiva durata dell’accordo è stata inferiore, infatti, dopo i disastri della seconda guerra mondiale, il raggiungimento della libera convertibilità tra le valute delle principali economie così oggi la conosciamo (vale a dire il libero acquisto e la libera vendita delle valute sul mercato valutario) fu un processo graduale che giunse a compimento alla fine degli anni cinquanta (1958).

[7] L’Europa, ad esempio, ha conosciuto durante questo periodo un tasso medio crescita del 4%, valore eccezionale se confrontato con l’1,4% del periodo 1890-1913, lo 0,9% tra il 1913 e il 1950 e il l’1,7% dal 1973 al 1994.

[8] Il 25 marzo 1957 furono firmati i trattati di Roma che diedero vita, il 1° gennaio 1958, alla Comunità Economica Europea. La CEE aveva nei suoi obiettivi l’unione economica dei suoi membri (Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, e Germania Ovest), fino a portare ad un’eventuale unione politica.

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