Lettera di Michele – Discussione

Nell’ultima riunione della consulta si è discusso del caso di Michele, il ragazzo friulano di 30 anni che si è tolto la vita e la cui lettera di addio è stata pubblicata dai media, sollevando discussioni a livello nazionale.
In questa lettera traspare molta rabbia rivolta principalmente verso la società, verso il mondo del lavoro, verso gli altri e, nella frase finale, anche verso l’attuale ministro del lavoro. Ciò ha generato una netta distinzione di pareri, tra chi ha reputato la lettera l’irrazionale giustificazione al suicidio di un ragazzo in piena depressione, e chi invece ci ha visto una lucida denuncia del disagio sociale, economico e lavorativo a cui i giovani sono sottoposti in questo periodo di crisi.
Per via del tema particolarmente importante e delicato, la consulta ha deciso di dedicarvi una fase di approfondimento e discussione.
Abbiamo iniziato parlando di alcuni dati tratti dal sito della WHO e dell’Istat riguardanti il problema del suicidio. A livello mondiale avvengono circa ottocentomila suicidi l’anno e cinque volte di più sono le persone che lo tentano. E’ una piaga che colpisce in modo particolare i giovani, rappresentando in molte nazioni la prima causa di morte in assoluto nella fascia di età che va dai 14 ai 30 anni.
Le cause di questo gesto sono molteplici, talmente tante che risulta impossibile distinguerle tutte con certezza vista la complessità del singolo individuo.
A livello clinico la causa più comune è la depressione, presente nella gran parte dei casi. Si tratta di un disturbo psichiatrico di cui non sono pienamente note le cause e che ancora oggi si stenta a comprendere appieno a causa delle sue tante sfaccettature, molteplici sintomi spesso diversi da individuo ad individuo.
In Italia avvengono mediamente 4000 casi di suicidio l’anno. L’andamento dei casi nel tempo ha conosciuto un grosso e progressivo calo a partire dagli anni 90 per poi tornare a salire in concomitanza con la crisi economica del 2008. Stando all’Istat l’aumento dal 2008 in poi si è visto principalmente nel sesso maschile in fascia di età lavorativa, in pratica in quella parte di popolazione che ha sofferto psicologicamente in modo maggiore la minaccia della disoccupazione o del possibile fallimento della propria azienda. Forse a causa di un modello sociale che pretende che l’uomo faccia da pilastro portante, colui che deve assolutamente lavorare per mantenere la famiglia, uomini e ragazzi si sono trovati maggiormente schiacciati dalla pressione di trovare e mantenere un buon lavoro stabile in piena crisi economica con un alto tasso di disoccupazione incombente.
Ciò detto, è possibile dunque che ciò abbia influenzato e intaccato la psiche del ragazzo di trent’anni discusso nel nostro caso.
Ma la spiegazione non è così semplice, altrimenti non avrebbe senso come a livello mondiale le nazioni con i più alti tassi di suicidio spazzino dalle nazioni più povere, violente o oppressive (come Burundi, Sud Sudan, Nord Korea…) a quelle più ricche, sicure e altamente avanzate (come Sud Korea, Giappone…). Le cause infatti sono molteplici.
A seguito di questa fase di introduzione, abbiamo letto la lettera di Michele, riscontrandovi la particolarità di una rabbia in apparenza rivolta verso l’esterno, più che verso sé stesso come avviene solitamente in questi casi. Abbiamo inoltre avuto modo di notare come lui stesso faccia riferimento a molti problemi ed insoddisfazioni personali che in molti casi erano completamente estranei alla questione economica e lavorativa, mentre nella loro totalità potevano essere ricondotti a delle aspettative personali e sociali (buon lavoro, matrimonio, successo nella vita) a cui il ragazzo non sentiva più di aver accesso e che si riteneva stanco di perseguire. Non abbiamo affatto riscontrato alcuna lucidità nè puntuale rappresentazione dello stato d’animo di noi giovani, anche se naturalmente abbiamo potuto comprendere e forse riconoscerci in alcuni dei problemi da lui esposti.
Infine abbiamo scelto di leggere un articolo scritto da Angela, un membro della consulta, in risposta alla lettera di Michele e alle interpretazioni che ne sono state fatte sia in tv che in rete. E abbiamo constatato come le parole di Angela corrispondessero con quanto era stato detto durante la nostra discussione.
In conclusione:
– Riteniamo che sia irresponsabile da parte dei media pubblicare il contenuto di lettere simili, in quanto come da raccomandazioni dell’organizzazione mondiale della sanità, il suicidio ha un’elevata componente di emulazione e pertanto le relative notizie andrebbero filtrate e trasmesse con cautela.
– Valutiamo la lettera di Michele come l’ultima manifestazione di disagio di un ragazzo purtroppo vittima di questo mostro chiamato depressione. Come giovani comprendiamo i problemi da lui espressi ma non comprendiamo l’atteggiamento rivolto a tali problemi e alla vita in generale.
– Sarebbe utile iniziare a svolgere un vero lavoro di comprensione, prevenzione e cura di questa malattia del nostro tempo chiamata depressione, cercando finalmente di comprenderne le cause, i fattori di rischio e mettere in atto strategie sociali, economiche e psicologiche per prevenirne la comparsa, agendo poi sul riconoscimento dei sintomi e cura precoce di chi ne è rimasto vittima.
Soprattutto andrebbe valutata la possibilità di intervento a tutela della psiche della fascia più colpita dall’aumento dei suicidi dovuti alla crisi economica.
– Chi è vittima della depressione nelle sue fasi precoci potrebbe essere curato anche solo ricevendo assistenza psicologica (dialogo), ma a tutti i livelli non esiste ancora un’adeguata informazione sulla depressione. Essa viene ancora considerata qualcosa da nascondere, viene vista sia dal malato che da chi lo circonda come una vergogna e non come una normale malattia perfettamente curabile e guaribile. Spesso, familiari e amici del malato non sono informati sui suoi sintomi e non sanno riconoscerla specie se in forma atipica, non riescono dunque ad intervenire per tempo garantendo un rapido recupero al malato.
Riconoscere la depressione in chi ci circonda e intervenire con il dialogo è forse l’arma più importante che abbiamo contro questa malattia, bisognerebbe perciò lavorare per potenziare questo meccanismo di difesa.

Qui il link alla lettera di Michele  http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2017/02/07/news/non-posso-passare-il-tempo-a-cercare-di-sopravvivere-1.14839837
Qui il link all’articolo di Angela  http://angycat.it/quando-la-rabbia-puo-salvare-la-vita/

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